La mascalcia naturale

Lo scopo di questo lavoro è di affrontare in maniera semplice e ordinata alcune problematiche fondamentali della mascalcia sportiva, sottolineando l´importanza che ha la sperimentazione nel campo delle corse, dove nulla può essere lasciato all´approssimazione e ogni affermazione deve passare attraverso il rigore di prove ripetute e l´analisi dei risultati, al fine di stabilire delle verità oggettive che vadano oltre ogni parere personale. Voglio dire che la mascalcia deve muoversi tra la pratica e la scienza, tra l´empirismo e la sperimentazione.
Per arrivare a enunciare teorie forti bisogna partire da assunti chiari, certi e inequivocabili, di modo che da tali teorie si possano poi ricavare delle previsioni che si verificheranno puntualmente. Soltanto con queste premesse si potranno superare le tante incertezze e contraddizioni che tuttora esistono nel mondo della mascalcia.

Sarà bene innanzitutto ricordare che il piede equino, o zoccolo, non ha anatomicamente nulla di simile col piede umano. Quello del cavallo è un dito, ossia una falange che si è venuta a costituire filogeneticamente nel corso dell´evoluzione. Ed è un apparecchio complesso che per certi versi presenta dei vantaggi rispetto al piede dell´uomo perché, come raramente succede in natura, esso è in grado, grazie alle sue peculiari capacità di adattamento, di compensare i dismorfismi e le dismette dell´arto che lo sovrasta. Lo zoccolo infatti, autentico "miracolo della natura" come lo chiamavano già un secolo fa due illustri studiosi di podologia, mediante pressocettori invia al sistema nervoso centrale, SNC, le necessarie informazioni sulla differenza di pressioni che gravitano sull´arto.

Sarà poi compito dell´SNC , grazie a un processo simile al precedente ma stavolta attraverso l´entrata in funzione di meccanocettori, quello di elaborare e integrare tali informazioni al fine di mandare, per efferenze neuronali, gli ordini che provocheranno la sintesi cheratinica.
È attraverso questo processo lungo e complesso che risulteranno definite le varie angolazioni della muraglia, le proporzioni delle barre e del corpo del fettone, i diversi spessori della suola: in una parola, la forma dello zoccolo. La conseguenza di tutto ciò è che ogni zoccolo ha una sua forma peculiare, la quale risulta calibrata in modo funzionale al tipo di conformazione dell´arto e al peso che lo sovrastano. Lo zoccolo è dunque l´ultimo anello di una catena che ha provocato l´omeostasi dell´appiombo, e di fatto è un organo plastico, fornito di grandi capacità di adattamento.
Per questo, una volta che ha raggiunto il suo pieno sviluppo, non può più essere modificato dall´intervento dell´uomo. Il maniscalco, in altre parole, dovrà limitarsi ad asportare le parti eccedenti della sua crescita al fine esclusivo di riportarlo al suo equilibrio naturale, ma senza pretendere di modificarlo.

Io ho convenuto di definire il piede del cavallo col termine "variabile dipendente" per sottolineare che tale variabilità dipende:

1) dal programma genetico, ovvero dal DNA del soggetto;

2) dal suo sviluppo muscolo-scheletrico;

3) dai rapporti interassei dell´arto;

4) dal peso che, potendo benissimo essere diseguale rispetto al piano sagittale dell´animale, può di conseguenza gravare più su un arto che sull´altro, più sul sinistro che sul destro,- o viceversa.

Date queste premesse, risulta evidente che nella pratica uno zoccolo non va mai osservato di per sé, ma nella visione globale del cavallo. E anche che un meccanismo biologico così complesso non si può alterare facilmente, e magari con mezzi grossolani, senza che opponga delle resistenze tali da esitare in patologie.
Per curiosità e spirito di ricerca tempo fa ho contattato degli illustri specialisti di ortopedia umana dai quali mi sono fatto illustrare in quale modo affrontavano certe malformazioni dei bambini, quali il varismo, il valgismo e altri difetti che in qualche modo sono simili ai principali difetti d´appiombo dei cavalli. La loro risposta è stata sorprendente. I metodi in uso sino a una diecina di anni prima, e che consistevano nel cercare di correggere tali difetti in maniera meccanica, cioè grossolana, con scarpe ortopediche e plantari che avrebbero dovuto ristabilire la normalità, di fatto si sono rivelati del tutto inefficienti. Un noto esperimento ha posto a confronto un gruppo di 15 bambini con problemi di appiombo che erano stati curati per tre anni con queste pratiche correttive, con un identico gruppo di bambini che invece erano stati trattati con farmaci e fisioterapie. Da questo confronto è emerso chiaramente che solo i bambini del secondo gruppo avevano avuto dei miglioramenti, in misura deH´80 per cento. Da allora le pratiche correttive prettamente meccanicistiche sono state abbandonate.

Questa verifica non ha fatto altro che fornire un´ulteriore conferma a una mia ipotesi precedente, che tante volte avevo sperimentato in concreto: che nei difetti d´appiombo il tentare di correggere non ha mai corretto nulla; anzi, sovente ha contribuito a peggiorare i difetti. Quel che un buon maniscalco può fare è, al massimo, cercare di contenere i difetti. Ma nel tentativo di fare ciò deve essere ben chiaro che per correggere un apparato complesso iscritto in un programma genetico flessibile entro un certo limite di tempo, se si vogliono raggiungere dei risultati soddisfacenti, anche i materiali e i metodi devono essere altrettanto sofisticati. Con questo intendo dire che dobbiamo essere capaci di tracciare i confini reali della mascalcia e dei suoi limiti.

Un altro problema che ho indagato lavorando in sinergia con un gruppo di veterinari, è stato quello del dismorfismo podale. È noto che sono sempre più numerosi i cavalli con zoccoli diseguali per area plantare, altezza della muraglia, inclinazione, convessità della suola, corpo del fettone. Ora, di fronte a casi del genere, la pratica più corrente è stata e ancora è quella di tentare di rendere uguali gli zoccoli, mediante un loro pareggio diverso: per esempio, abbassando il piede più alto e limitandosi a contenere l´eccesso di punta di quello più alto. Ho potuto verificare che con queste pratiche, eseguite anche precocemente, i cavalli con i piedi diseguali ritornavano tali dopo un mese di ferratura. Ho allora provato a farli camminare senza ferri su piani mediamente abrasivi che favorissero i loro veri appiombi fisiologici e ristabilissero le vere proporzioni naturali. Con quale risultato? Lo zoccolo era ricresciuto nella parte che avevo cercato di abbassare, e si era abbassato nella parte che non avevo pareggiato. Eppure il cavallo, una volta tornato al suo equilibrio naturale, ancorché dismorfico, camminava e trottava molto meglio... La mia ipotesi era che simili soggetti avessero un arto più lungo dell´arto. Si trattava di verificarla. Le misurazioni fatte sulle radiografie eseguite dal veterinario del gruppo hanno puntualmente confermato che l´arto del piede più alto risultava più corto della differenza di altezza con l´altro piede. Abbiamo ripetuto più volte questo stesso esperimento, e i risultati sono stati delle conferme (coincidenti del resto anche con-le ipotesi adattative mediante feed-back neuronale). La conclusione del nostro gruppo di ricerca è stata quindi che ogni zoccolo ha la forma che ha per una sua logica intrinseca di ricerca naturale dell´equilibrio, qualunque sia la sua forma estetica. Dalla somma di tutto quanto ho esposto, il nostro gruppo di ricerca ha dato vita a una nuova mascalcia, che io chiamo fisiologica o naturale in quanto tende a preservare il cavallo da ogni effetto collaterale di pratiche violente e nello stesso tempo ha come fondamento l´assoluta conoscenza dell´anatomia e della fisiologia equine, lo studio analitico della biomeccanica, la sperimentazione e l´interazione con tutte le discipline che creino delle sinergie capaci di allargare i nostri orizzonti.